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Testi – traduzioni

da Anne Sexton

NEL PROFONDO MUSEO

Dio, Dio mio, in che angolo strano mi sono cacciata?

Sono morta o no? Il sangue che scorre dal palo,

i polmoni in affanno, morta per le peccata

di tutti, dalla bocca amara l’anima mia esalo?

Sicuro, sono morta? Veramente il corpo è andato?

Eppure, lo so, ci sono. Ma dove sono qua?

Freddo e strano, sono infernetichita. Ho simulato.

Sì, simulato, o per stramaledetta viltà

il mio corpo non mi ha renduta. Allora tocco

fra le mani l’abitino e le guance infreddolite.

Se questo è l’inferno, l’inferno mi par poco,

né così tipico né così brutto come dite.

Cos’è quella cosa che mi sento grufando raspare

vicino? La lingua che scosta un sassolino e lo boccia

mentre scivola dentro sovrana. Come faccio a pregare?

Sta ansimando, è un odore con una faccia

che sembra pelle d’asino. Mi slappa le ferute.

Mentre tocco la sua testolina: è ferito, deduco.

Sanguina. Ho perdonato assassini e prostitute

e ora aspetto come il vecchio Giona non già deceduto

né vivo, carezzando una bestia maldestra. Un ratto.

Mi assaggia coi denti, con la pazienza di una cuoca

che sa a mente la ricetta. Gli perdòno ciò che ha fatto

come perdonassi il mio Giuda per i soldi che cucca.

Ora porto alle labbra le sue rosse tenere piaghe.

Ai suoi fratelli, turba di angioli pelosi, mi sacrifico.

Ho caviglie scanalate, perdo fianchi anche

e polsi. Per tre giorni un’altra morte santifico,

per amor dell’amore. Oh, non in aere,

in polvere. Sotto le vene marce delle sue radici,

sotto i mercati, sotto un letto di pecore

dove collina è cibo, sotto i frutti fradici

della vigna, io scendo. Dentro mascelle e panze

di ratti rimetto la mia profezia e l’orrore.

Molto sotto la Croce, correggo le sue deficienze.

Abbiamo mantenuto il miracolo. Ma sine corpore.

Da PRESTO, PRESTO! E’ DI SCENA!

Cos’è la morte, eh?

Cos’è la vita, ah?

Giro il culo a tutt’e due

e vado a rotelle verso il Nirvana.

Chiappe chiare come un borsello,

clic-clac di monetine,

pezzi da venti, pezzi da dieci,

finiscono tutte dritte nel cesso.

Perché non dovrei calarmi le brache

e mostrar le chiappe al boia

e appiccicarmi uvette sulle tette?

Perché non dovrei calarmi le brache

e mostrare a Tizio e Caio

la fichetta? Loro fanno pipì strano.

Io faccio pipì come le indiane.

Ho l’inchiostro ma non la penna, ma

sogno di pisciare nell’occhio di Dio.

Sogno di essere un maschietto e la cerniera.

E’ così pratico, trallallà.

Il problema d’essere donna, Gambadilegno,

è che prima si è una bambina.

Nessun libro al mondo cambierà mai questo.

Ho ingoiato un’arancia: sono femmina.

Sei maschio: hai ingoiato un righello.

Ma aspettiamo la morte lo stesso.

Geova si compiace con in mano l’accetta

prima che entrambi subiamo la disfatta.

Gambadilegno, tu sei me, trullallà.

Ti fai crescere la barba ma la bava è identica.

Perdonaci, Padre, perché non sappiamo.

(…)

Madonna Cagna è là che combatte contro i quattrini,

si sta rotolando in un campo di spiccioli.

Ce l’hai fatta se

prendi l’ostia,

prendi un po’ di vino

e un po’ di quattrini

e la metallica cartosa canzone dell’ufficio.

Che sformato potrebbe farci,

pezzi da due, da cinque, da dieci

una bella mappazza da dare alla bimba.

Dante per antipasto,

trallallà.

Vorrei essere la Zecca di Stato

per sfornare di tutto,

tutto il colore dei soldi.

Chi è quella al leggìo,

bianco-e-nero vestita,

che vomita parole dentro il microfono?

Madonna Cagna.

Sta rovesciando le budella?

Certo, sicuro, se no tossicchiano…

Il giorno smuore, perché sto

qua fuori, cosa vuole la gente?

Sono piena di tristezza a novembre…

(ma no, non vogliono quella,

vogliono l’estro).

“Tutti al maare, tutti al maare,

a mostrar le chiappe chiaare!”

Ricordi, Gamba,

la nostra canzone?

(…)

C’era una volta tutti venimmo al mondo,

sfornati come fagottini,

dimentichi della nostra pescità,

dei mari della beninanza,

sculacciati all’arrivo da un ossigeno mortifero,

buondì vita, ecco che si dice quando ci svegliamo,

avemmaria caffè e pan tostato

e noi ammerigani beviamo anche il succo,

liquido sole che va giù bene.

Buon giorno vita.

Svegliarsi è nascere.

Lavarsi i denti significa essere vivi.

Andare anche di corpo è auspicabile.

Trallallà,

tutta routine.

Ci sono guerre qua e là

ma i negozi rimangono aperti

e si continua a rosolare le salsicce.

La gente si struscia.

La gente copula,

si entra nel sangue,

s’allacciano i tendini,

trapiantano le loro vite nel letto.

Non importa se ci sono guerre,

si continua a fare affari

a meno che non ti bécchino.

Mammamia, dicono, mentre gli intestini

fuoriescono. Anche senza guerre

la vita è pericolosa lo stesso.

Sigarette scoppiano – si aprono falle –

probabile neve radioattiva –

dalla radio potrebbe trasudare cancro -.

Chissà!

Madonna Cagna sta sulla riva,

la marea la lambisce,

e lei vuole parlare con Dio.

Inquisitore:

Perché parlare con Dio?

Anne:

E’ meglio che giocare a bridge.

(…)

Perdonaci, Padre, perché non sappiamo.

Ci sono stelle e facce,

ketchup e chitarre,

la mano di un bimbo

quando attraversi la strada.

E le ultime parole del vecchio:

Più luce! Più luce!

Madonna Cagna non gli girerebbe il culo.

A loro non mostrerebbe le chiappe.

Ma solo agli assassini del sogno.

Solo agli sguatteri dell’anima.

O alla morte

che vuol fare di lei una mummia.

E pure di te!

Vuole rintuzzarla in una scarpa frigorifera

e poi amputarle il piede.

E pure a te!

Trullallà.

Perché combattere per i quattrini

quando abbiamo bisogno solo di un letto caldo?

Quando la cagna abbaia la fai entrare.

Abbiamo bisogno solo di qualcuno che ci faccia entrare.

E di un’altra cosa:

osservare i gigli dei campi.

Certo la terra è un’estranea,

anche se le tiri la manica

non ti risponde.

Il mare è peggio.

Entra cadendo

cadendo in ginocchio,

ma non riusciamo a tradurne la lingua.

Sappiamo solo che sono qui per essere adorati,

adorare il terrore della pioggia,

il fango e le sue genti,

il corpo stesso

che funziona come una città,

il sangue scorre lento la notte,

l’azzurro-Madonna del cielo d’autunno.

Ma ancor più adorare la domanda finale,

anche se bruciano palazzi

anche se gli obesi svengono.

Porta una pila, Madonna Cagna,

e guarda in ogni angolo del cervello

e chiedi domanda interroga

finché il regno,

quantunque bizzarro,

venga.

VERO?

Di nuovo il sole,

ci passa sopra alla schiena del falegname

che infissa la finestra

ogni tanto traguardando il cielo

come fa la gallina quando beve,

e sguarda il paradiso.

Una volta a Roma dal Papa mi sono inginocchiata

mentre ci salutava dalla finestrona.

Era perchè avevo mal di pancia.

Ogni tanto il diavolo strisciava

dentro e fuori di me,

passando dalle sigarette, suppongo,

me assuefatta alla passione.

Ora anche la terra promessa

di Israele ha un Hilton

e una marea di palazzoni.

Forse, vero,

come il sole sorvola su di un’oscenità

che non lo macchia.

Ecco perchè posso prenotare una doppia all’Hilton

o al suo orrendo compagnuccio l’Holiday Inn

senza sapere mai in che città mi trovo quando mi sveglio.

Ho perso la carta stradale

e Gesù

s’è defilato dalla bibbia-da-albergo

e se n’è andato giù al bar per prendere l’aperitivo.

Hare krishna hare krishna

krishna krishna hare hare

hare rama hare rama

rama rama hare hare,

cantano per le strade di Harvard Square,

fra squilli di sonaglietti e flauti di canne

danzano felici.

Loro hanno le idee chiare.

Quando dico al prete che io sono il male

mi chiede di precisare meglio.

Intendi dire il peccato? mi chiede.

Peccato un corno! rispondo.

Li ho fatti tutti.

Intendo dire il male

(non che io sia il male, capisci,

è solo qualcosa che ho mangiato).

Il male forse è mentire a Dio.

O meglio, mentire all’amore.

Il prete scuote la testa.

Non ci capisce nulla.

Ma il prete capisce perfettamente

quando gli dico che voglio

versare benzina sul mio corpo di male

e dargli fuoco.

Allora dice:”Così va meglio!

Quel tipo di male!”

(Sembra che ci siano diverse marche di male,

tipo minestroni o detersivi).

Madonna Cagna,

com’è com’è che sei il male?

Mi si è infilato dentro.

Non che volesse.

Forse mia madre mi ha amputato Dio

quando avevo due anni e stavo nel box.

E’ troppo tardi davvero

per riaprire il taglio e innestarmeLo di nuovo?

Tutto è selva.

Tutto è fieno putrido per troppa pioggia,

puzza di pianto.

Il Dio di chi stai cercando? mi chiedeva il prete.

E io risposi:

l’affamato non chiede cosa c’è da mangiare.

Mangerei un pomodoro o l’uccello di fuoco o la musica.

Mangerei una falena sott’aceto.

Ma c’è del cibo da qualche parte,

nel cappello del vento, nell’oliva marina?

Non mi dispiacerebbe se Dio fosse di legno,

Lo indosserei come una casa,

loderei i Suoi nodi,

Lo luciderei come una scarpa.

Non Lo farei bruciare.

Non mi darei fuoco

perchè Lo terrei addosso.

Oh legno, padre, rifugio,

benedetto.

Benedetti gli utensili tutti,

i cucchiai d’osso,

il materasso dove cucino sogni,

la macchina da scrivere che è la mia chiesa

e il suo altare di tasti sempre in attesa,

gli scalei che ci fanno salir su,

sia al pompiere che al conciatetti.

Benedetta anche la padella,

nera e oleosa,

che fa le uova all’occhio di santo.

Benedetta la scarpa che mi sostiene il piede

e mi fa camminare con l’onnipotenza

di un gatto sul vetro o sulla cacca di cane.

Benedette le luci accese,

che fanno dei miei occhi due mini macchine fotografiche.

Vero?

Se tutto questo può essere vero

perché mi trovo in questo paese di fango nero?

 

e la terra diverrà di pece ardente, che giorno e notte non sarà mai spenta, e fumo salirà per sempre. Di generazione in generazione subirà devastazione e nessuno mai più l’attraverserà.

Eppure io l’attraverso,

l’attraverso.

Sulla riva nord del lago di Galilea

Gesù e Giovanni predicavano ai pescatori locali.

Anche se non sono un pescatore,

Io l’attraverso.

L’attraverso.

Il sole è fango nero.

La luna diventa una palla di sangue.

Se la religione fosse un sogno, si dice – mi pare –

allora sarebbe un sogno che vale ancora la pena sognare.

Vero! Vero!

Sussurro alle mie pareti di legno.

Il palazzo del governo statale di Boston

ha una cupola dorata.

Durante la Guerra,

quella in cui sono cresciuta,

l’hanno ripitturata per coprire l’oro.

Cosa credevano che i nazisti

ne avrebbero fatto,

denti?

L’avrebbero grattata per pagare le troie?

Per avvolgerci il sindaco a mo’ di mummia

ed esporlo ai giardini pubblici?

In Paradiso

c’è una porta segreta,

c’è fiori che fanno l’occhiolino,

c’è flussi di luce da una campana di bronzo,

c’è tanto amore quanta nonnata

al largo della costa del Maine,

c’è oro che nessuno nasconde

ai nazisti,

c’è statue che l’angelo

della mano di Michelangelo ha plasmato.

Io spalancherò l’anima

e sentirò la risposta.

Pronto. Pronto. Quando richiama:

“tieni il coltellino da burro”, dice,

“così raschi via fame e fango”.

Vero?

Vero?

Ho la lingua spaccata.

A mangiare negata.

Anche se fossi un re,

con la lingua tutt’intera,

m’ammazzerebbero con una palata.

Sì, c’ho degli amici,

un po’,

uno un uomo una una donna,

tutti un’anima in due corpi.

Mo’ fammi lodare

il maschio della nostra specie,

sia lode agli uomini

e alle loro uova di coraggio,

alla loro bella vita del cazzo,

alla loro vitaccia in ufficio.

Lode agli uomini che hanno mangiato la mela

e trovato la donna

come un cervellone di corallo.

Sia lode agli esseri umani,

lode agli uomini di Dio.

Gli uomini di Dio sono Dio.

Ora leggo dal Tamil:

“La pietra che resiste al pie’ di porco

cede alle radici della tenera pianta”.

Leggo e mi addormento

e quando mi sveglio

Nixon avrà dichiarato che la guerra in Vietnam

è finita. Fine del macello.

(Ma queste saranno notizie vecchie

già prima che leggiate queste parole.

Vecchie e senili).

Però se le sento sarò felice,

feliciuccia anzi

perché so che ci saranno altre guerre,

altri morti,

e che i titoli sono petali

sopra un cratere.

Terra viscerale,

redimici dai redentori.

O Dio, tienici lontani dai nostri politici

e vicini all’uva del risveglio.

Tienici vicini al lupo decesso,

tienici vicini alla moglie del sole.

Vero?

Vero?

Non fateci caso:

avrò da fare il bucato.

E’ un po’ che

mi faccio chiamare

Madonna Cagna.

Perché?

Perché io sono l’anima

che ha perduto l’animale

e pure l’animale che ha perduto l’anima.

Capito?

Ce la fate a decifrare i miei geroglifici?

Le parole non sono perfette.

Io so solo la mia lingua.

La mia lingua non è perfetta.

Quando dico al prete che mi si

sciolgono le budella fin dentro le dita,

fa spallucce. Per lui la merda è buona.

Per me, per mia madre, era veleno

e io ero tutta veleno,

il naso, le orecchie, i polmoni.

Ecco perché le parole non servono.

Perché per uno la merda è un alimento per piante

e per altri il male che li intride

e anche se ci provano

ogni giorno da bambini

non ce la fanno a espellere il veleno.

Tutte qui le parole.

Tutta qui la psicologia.

Dio c’è e nella merda – si dice -.

Credo a tutt’e due.

Vero?

Vero?

Non sapete, non avete sentito, non ve l’hanno detto molto tempo fa, non avete percepito fin dai primordi che Dio siede in trono sulla cupola della terra, i cui abitanti sono come cavallette?

Cavallette

ed io una di loro,

otto gambe per stampelle.

Benedetti gli animali della terra,

il lupo nel cucchiaio rifugio,

la mosca, minuscola vita,

il pesce, profumo perduto,

la cagna Genghis del Serengeti

che uccide il suo cucciolo

perché è nata per uccidere,

nata per pestare la vita nel mortaio,

il topo e il ratto per i vermi

e la malattia, loro investitura,

tutti, tutti benedetti,

benedetti,

altrimenti morranno senza di Dio.

Benedetta ogni vegetazione,

gli alberi, il mare, che senza non c’è madre,

la terra, che senza non c’è padre,

né fiori che spuntino dalle pietre.

Vero?

Vero?

Posso solo pensare che è vero

che Gesù viene con un uovo di miracoli,

la sua morte atroce, una lavagna coperta di graffiti.

Forse adesso sono morta

e trovo Lui.

Forse il corpo di male l’ha fatta finita.

Perché guardo in alto

e in una fiammata di burro c’è

Cristo,

sporco del mio pianto acerbo,

Cristo,

un agnello sacrificato,

con le budella penzoloni come un cazzo di mare

ancora vivo, ancora vivo,

come le ali di un gabbiano atlantico che

anche se ha smesso di volare,

ancora sbatte le ali,

a dispetto di tutto,

a dispetto di tutto.

                                                                              Primavera 1963

PASQUA PROTESTANTE

a otto anni

 Quando era piccolo

Gesù faceva sempre il bravo.

Non c’è nulla di strano che da grande diventò un pezzo grosso

che riusciva a perdonare la gente così tanto.

Quando morì tutti erano cattivi.

Dopo è risorto mentre nessuno guardava.

O si nascondeva o

andò su.

Forse si era solo nascosto?

Forse sapeva volare?

Ieri ho trovato un croco viola

che bucava la neve alando.

Era tutto solo.

Stava facendo i compiti.

Forse Gesù stava solo facendo i compiti

quando ha fatto che Dio alasse la sua Croce

e forse ha avuto un minutino di paura

e si è nascosto sotto le pietre grosse.

Era stato furbo a andare a dormire lassù

anche se la sua mamma era diventata tristissima,

e ha fatto che loro lo misero dentro una grotta.

Mi sono seduta in un tunnel a cinque anni.

Quel tunnel, ha detto la mamma,

andava dritto nel fiume grosso

e allora io non ci sono andata più.

Forse Gesù conosceva il mio tunnel

e si è buttato lungo a pancia in giù fino al fiume

per lavare via bene tutto il sangue.

Forse voleva solo pulirsi

e poi ritornare giù?

Non ditemi che si è dissolto in fumo

come il sigaro di Papà!

Come un fiammifero esalato!

E’ bellissimo

essere qui a Pasqua

con la Croce che hanno fatto come una T maiuscola.

Il soffitto è una barchetta all’in giù.

Di solito conto le sue costole.

Forse stava affogando?

O forse stiamo tutti a testa in giù?

Io in quella vetrata colorata

ci vedo la faccia di un topo.

Allora, sì, potrebbe essere un topo!

Una volta credevo che il Coniglio di Pasqua fosse bellissimo

e andavo a caccia delle uova.

Questo succedeva quando avevo sette anni.

Adesso sono cresciuta. Adesso è davvero Gesù.

Adesso sto dritta a pensare chi è Lui.

E sùbito.

Chi siamo insomma?

A quale mondo apparteniamo?

Noi siamo un noi?

Penso che sia risorto

ma non sono proprio sicura

e non lo dicono per davvero

quando cantano Alleluia

in quel modo chiesastico.

Gesù stava sulla Croce.

Poi gli conficcarono chiodi nelle mani.

Poi dopo, allora, poi dopo

avevano tutti il cappello

e poi c’era una pietra grossa che fecero rotolare

e poi quasi tutti

– quelli che stanno seduti dritti –

guardavano su il soffitto.

Alleluia, cantano.

Non lo sanno mica.

Non importa se si era nascosto o era volato.

Allora non importa com’è che è arrivato là.

Importa dove stava andando.

La cosa importante per me

è che ho i guanti bianchi.

Sto sempre seduta dritta.

Guardo il soffitto in continuazione.

E di Gesù,

non potevano essere sicuri,

comunque non sicuri del tutto,

allora hanno deciso di diventare Protestanti.

Che sono le persone che cantano

quando non sono proprio

sicure.

LA PASSIONE DEL CONIGLIO MATTO

Intonarono arie in Terrasanta le carote,

i pupazzi di neve divennero bronzee banderuole,

ed io subii una rimozione. La pelle di dosso mi strappai,

mi cavai gli occhi come palline da ping pong

l’urlo agghiacciante del cuore soffocai,

come si stacca il telefono – e mentre questi fenomeni accadevano

un folle mi prese in pieno.

Si chiamava Signor Coniglio e con la stessa mia voce parlava

alla gente, agli amici, agli estranei per strada diceva:

“Io sono il Signor Coniglio”. Anche la carne diventò matta

e tre specchi confermarono tal fatta.

Poi venne il Venerdì Dannato e in alto fui issato

come uno spaventapasseri, con messali e palloncini in molti s’adunarono

e mangiavano pop corn. Gli altri due lassù parevano normali.

Furono crocifisse le mie orecchie rosa-cipria, crocifisse le mie moffole zampette, furono crocifisse le mie caviglie di peluche. “Sono pazza”, dissi,

“non fateci caso”.

Qualcuno ridacchiò, qualcuno s’inginocchiò. Il respiro

si fece sottile e il sangue rimbombò nella testa come in un campanile.

Gli altri due resero il respiro. La fortuna di ciò

dalle loro bocche esalò. Io non ci riuscivo.

Ero uno stupido ombrello scassato

che l’oblio non avrebbe baciato. Durò tre giorni il decorso.

Poi mi calarono di sotto e tennero un bel discorso.

Dissero: “E’ Pasqua, e tu sei il Coniglio di Pasqua”.

E fecero una gran pira di sterpi e mi ci posero sopra,

e subito prima l’appicco mi porsero un cestino rosa

di uova dipinte con colori da circo.

Dal rogo acceso scagliavo le uova, “Alleluia” cantando alle uova,

cantavo bruciando, nel tremor delle fiamme annichilando.

Mentre guardavo la pazzia in laringe, “Alleluia” alle uova di tutti i colori,

cantavo, “Alleluia” all’uovo sodo che si dipinge:

il mio sangue faceva le bolle.

Al posto del Signore, sussurrai,

è risorto un folle.

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