Archive for Saggi critici

Contro il tormentone dell’ “amor cortese”. Dialogo poetico tra Rosaria Lo Russo e Anne Sexton

Siriana Sgavicchia

in “Il Caffè Illustrato”, n. 57, Roma, 2010

Rosaria Lo Russo, poetessa, traduttrice, performer, o come lei ama definirsi, poetrice (poeta-attrice), dopo le traduzioni di Poesie d’amore (Le Lettere, 1996), L’estrosa abbondanza (Crocetti, 1997), Poesie su Dio (Le Lettere, 2003), torna a dialogare con Anne Sexton in un volumetto pubblicato dalle edizioni d’if di Napoli con il titolo Io e Anne. Confessional poems che raccoglie suoi testi inediti e traduzioni da Sexton. Nel cd audio che accompagna la versione cartacea Lo Russo legge la poetessa statunitense (lei pure, in varie occasioni, sperimentatrice di collaborazioni con musicisti) contrappuntata dai ritmi elettronici del gruppo Mondo Candido. L’incontro con la scandalosa e dannata Sexton, discussa negli anni Cinquanta e Sessanta per l’anticonformismo sentimentale e per i temi della poesia – divorzio, aborto, adulterio -, emarginata per la malattia mentale che la condusse al suicidio a quarantasei anni e poi celebrata come icona dell’emancipazione femminile, avviene per Lo Russo, in questa occasione, non (solo) attraverso la traduzione, tanto è vero che i versi  della poetessa statunitense compaiono in italiano senza l’originale a fronte. Non si tratta neppure semplicemente di una rappresentazione, di una messa in scena di poesia altrui ma, nello stile di Lo Dittatore Amore. Melologhi (Effigie Edizioni, Milano, 2004, con postfazione di M. Berisso), di una ardita appropriazione – consapevolissima – poeticamente funzionale alla performance sperimentale che incorpora anche attraverso la lettura e la voce i  motivi e i temi della poesia di Sexton e le tonalità non armoniche dei suoi ritmi per poi rilanciarli, con effetto d’urto e di cortocircuito, all’interno dell’universo poetico autobiografico. L’adozione, sia nella traduzione che nella scrittura creativa, di sonorità contaminate e stranianti che mescolano il registro confessionale e pop con i ritmi della tradizione poetica italiana da Dante a Petrarca a Leopardi, dalla poesia femminile del Rinascimento fino alla «mistica del cervello» di Amelia Rosselli, assieme all’appropriazione vocale dei testi di Sexton, produce una sorta di incarnazione della psiche poetica attraverso cui Lo Russo dà senso e corpo al testo scritto, a quello dell’amica americana e al proprio, come in un controcanto di vite e di scritture.  Il veicolo della voce che pronuncia la parola dell’altra e l’esercizio della traduzione consentono alla poetrice di individuare un via per raccontarsi con toni ora violentemente prosaici ora teneramente ironici e di aspirare all’assoluto della poesia che lo scritto sembra destinato oggi solo a citare o a parodiare. Il contrasto tra illusione e disincanto,  tra  creazione e citazione, tra precipizio e esaltazione, tra estasi e catabasi, sapientemente orchestrato con simmetrie e asimmetrie, semantiche, retoriche, ritmiche, tra il testo dell’una e quello dell’altra, consente il «riconcepimento» («Dovessi invece parlare del riconcepimento, quello, mio proprio/firmerei l’assegno per un’autobiografia, e in versi, / nella sintesi di una poesia, ovviamente non posso/ riassumere un intero preventivo di salvavita, l’intero/programma di governo dei miei nervi, per anni scoperti») e la scrittura di un diario poetico al femminile autentico (fenomeno raro nel panorama della nuova poesia ingolfata di feticismi citazionisti, allucinazioni finto-dark, esibizionismi virtuali e altri effetti speciali d’accatto). Infanzia, adolescenza e maturità sono narrate all’insegna della ribellione dagli schemi convenzionali con chiaroscuri tonali stilisticamente molto efficaci – melodie della mente e rumori del corpo, silenzi della morte e canti della vita -. Come se per paradosso fosse Sexton a raccontare Lo Russo, si tesse la trama di una amara e ironica confessione che attraversando i poems dell’una e dell’altra percorre temi femminili e, perché no, femministi ancora scandalosi – il corpo e il desiderio, il matrimonio, il divorzio, l’identità sociale e intellettuale della donna, i suoi disagi psichici e fisici, – . Traducendo Sexton e riscrivendola, ridicendola e rivivendola (essere attrice del proprio dramma autobiografico è stato il principale proposito della statunitense), Lo Russo può raccontare fughe e ritorni, rimossi e latenze, ossessioni e fantasmi esistenziali ed espressivi in un diario che non rischia di essere autoreferenziale e che, in una cornice storica sociale culturale diversa  da quella in cui si collocano i poems di Sexton, ribadisce l’esigenza di valorizzare, anche nella poesia come in altri ambiti, la libertà corporea e stilistica (e politica) dell’Io donna, a fronte della persistenza di modelli dell’immaginario letterario (e sociale) che tendono a farne metafora morta di una astratta alterità. La sperimentazione espressiva è in questo senso fondamentale, sia nella traduzione che nella scrittura delle poesie di Lo Russo. Le traduzioni da Sexton, non letterali, sono «melologhi» ri-creativi stranianti e baroccamente dissonanti: sorprendente, ad esempio, come il testo di Sexton intitolato La fierezza della femmina, tradotto e ridetto, diventi manifesto di una espressione in cui il corpo femminile poetico sembra spiccare libero dalla lingua della tradizione italiana attraverso immagini e suoni che ammiccano con accenti mistico-erotici alla mirabile visione dantesca: «roteo,/ roteo sulle labbra,/ l’ombra lontanano/ e il fantasma del passato,/ inventano un quadrante di lingue,/ ov’io profondo tanto./ Ivi non è luogo. /Non letto. /L’orologio non ticchetta/ se non dove mi vibrano 4000 pulsazioni,/ e indove tutto è assenza/ tutto è due/ che si toccano come coro di farfalle/ o come emisfero d’acque/che trabocca verso terra/e arretra/e trabocca/col bisogno che galoppa sulla pelle/ ad ogni picco gridando». Dall’altra parte, l’autobiografia poetica della poetessa fiorentina, caricandosi talvolta di accesi espressionismi, urla l’esperienza privata come testimonianza di verità. È il caso dell’intensissima Maternità in cui l’autrice sembra raccontare anche una creazione espressiva, un processo viscerale che con sofferenza riesce a partorire figlia femmina, corpo-voce femminile, dopo il vuoto e il silenzio di un pericoloso varco anoressico e a dispetto dell’ingombrante modello maschile (il «tormentone dell’amor cortese»). Interessante il processo metaforico che descrive la minaccia di aborto anche come rischio di introiezione coatta dello stereotipo maschile: «… Mi hanno internata /al sesto mese. Il rettile di dentro succhiava quel mio ovetto di pasqua, /tentava svuotarlo – l’interiore maschio perverso – contraendosi all’impazzata/ Come un pene in un film porno, la muscolatura liscia voleva eiaculare quell’acqua,/ espellere la sorpresa prima che fosse festa, espellere il frutto dolce dell’incarnazione». Fa da pendant Maternità spirituale (filiazione partogenetica) in cui Lo Russo, rinviando anche ad uno dei suoi testi più interessanti, Tre variazioni sulla nascita in Comedia (Bompiani, 1998, con prefazione di E. Pagliarani), ribadisce il problema dell’identità femminile nella poesia denunciando come le «femmine foniche, attresse/ poetrici, ovvero belle mascherine» debbano fare i conti con un Io che soffre, ancora oggi, del «suo ‘essere’ un Tu».

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“Nel nosocomio”, recensione di Renata Morresi

Renata Morresi recensisce “Nel nosocomio” su ° punto critico

Rosaria Lo Russo, Nel nosocomio (Transeuropa 2010)

Renata Morresi

A differenza che nell’ospedale, dove, etimologicamente, si raccolgono gli ospiti, nel nosocomio si cura la malattia, o, se si presta fede all’ipotesi della radice latina nex, la morte. Nel nosocomio di Rosaria Lo Russo, in un gigantesco e grottesco rovesciamento, ci si prende cura, letteralmente, della malattia e della morte, attraverso il culto del consumo e della dissipazione. Lo Russo ci parla con un “noi” ingenuo, impotente, tanto più disperato quanto inconsapevole della sua dissoluzione come corpo sociale e della sua assunzione a corpo docile di foucaultiana memoria.

Sposiamo l’idea del nostro direttore: ogni giorno

che dio mette in terra facciamo almeno un’ora di

esercizi. C’è una palestra modernissima nel semi-

interrato del nostro nosocomio, fornita di tutti

gli attrezzi necessari. Quelli che stanno peggio

possono anche fare yoga, c’è un tizio vestito di

bianco che viene apposta da fuori e fa anche

respirazione. […]

(10)

Una “serie ospedaliera” è Nel nosocomio: un libro che evoca l’andirivieni irrisolto tra malattia individuale e mondo malato, e rappresenta la loro fusione in un dettato slabbrato, casual, suadente e irretito dai suggerimenti (per gli acquisti) “del nostro direttore”. Non si tratta più de “lo dittatore Amore” che Lo Russo ci presentava qualche anno fa nel libro dallo stesso titolo, il canone musaico, maledetto, amato e riscritto, che ammaliava nel gusto di virtuosismi linguistici miscelati dall’antichità allo slang. In questo nosocomio invece vi è un tanto anonimo quanto potente manovratore, operante in primis dall’interno, nella creazione di convinzioni ‘utili’ (opinioni, emozioni, fedi) che non riescono mai a superare la soglia ‘liquida’ e ad aggrumarsi in asserzioni o pensiero individuato, né tanto meno (almeno), in un sentire primitivo, viscerale. A salvaguardare l’agognato senso di adeguatezza all’eterno presente (ovvero alla sua inconsistenza) un futuro semplice che confina con l’imperativo:

 […] Passe-

remo le ore sulle pagine della sfinge, prenote-

remo una settimana a sharm-el-sheik per asciu-

garci le ossa, faremo un ripasso enciclopedico

per rispondere adeguatamente ai quesiti della

susi e al cism.

(14)

Diretta emanazione del direttore è il “Dottor casa”, che non parla mai direttamente, ma solo attraverso gli obbedienti degenti, i suoi primi fans (in lui riecheggia, grottescamente, il Dottor Martin di Anne Sexton, di cui Lo Russo – si ricordi il recente Io e Anne – è interprete fondamentale in Italia). Psicologo da talk-show domenicale e clone nostrano del Doctor House, capo balilla e super-mega-direttore galattico, egli ne è un ibrido ancora più estenuante ed estenuato. Per lui “fiorello” e “freud” sono in minuscolo: allo stesso modo apersonali, astorici, ridotti a gadget in plastica, senza neanche le auto-giustificazioni auliche dei “santi padri”. In una divagazione crudele sull’ontologia della superficie, le antiche beghe sull’essere e il divenire, sul senso e il non senso, sono risolte nell’esposizione dei corpi in fila. Tutto è ricomposto nell’ideologia del consumo che si è perfezionata tanto da riuscire a controllare, ovvero a neutralizzare, ogni azione, compreso il suo opposto: fumare e non fumare, fare sport e ingrassare, parlare e non parlare, “attività e contemplazione”,

 […] attività e contem-

plazione contemporaneamente realizza-

zione di tesi antitesi e sintesi sposata dal nostro

direttore.

(9)

Il balbettio degli a-capo idiosincratici o i fraseologismi del buonismo nazional-popolare gonfiati in modo abnorme segnalano lo sfinimento: “Che buono che è il brodo di dado con le stelline di se- / ra” (dove “se-” è anche il sé lasciato solo, e “ra” va a formare l’unico verso finale, parodia dell’illuminazione ermetica e culmine del disfacimento del linguaggio, anche di quello poetico). Le spezzature che trapassano le parole dall’interno segnalano la flessibilità di un linguaggio formulaico, scomponibile perché vuoto, puro contenitore indifferente che smonta la lingua come i corpi: “Si ripristineranno gli arti scomposti dalle frat- / ture, ti restituiremo il veicolo (hai l’assicurazione […]”.

Sostenuto dai tic lessicali degli slogan reiterati ad libitum, dai refusi e dai frammenti di un luogo im-pensato, caldo del pathos effimero del parlato provincial-televisivo, caldo di una pietas che continua ad innescarsi comunque, Nel nosocomio va ragionando da lontano con altri studi poetici sulle patologie, individuali e/o sociali, del contemporaneo italico (penso a Shelter di Marco Giovenale, per esempio). Qui, su tutte, quella dell’ipernormalità, del conformismo compulsivo. E si occupa anche dello spazio a quelle appositamente adibito. Un campo chiuso a forza, dove l’esercizio della cittadinanza è sostituito dalla compulsione all’accumulo, e i bisogni vitali, fisici e morali, quelli che Simone Weil chiamava “i doveri eterni verso ogni essere umano” (16), sono rimpiazzati dai regolamenti, dai regolatori, dal reclutamento in un sistema che svuota i diritti nell’ossessione. Ma non sa impedire il com-patire per i goffi, confusi, fragilissimi degenti.

Chiudono il Nosocomio tre testi in cui torna più evidente la voce affilata della poetrice, Tre dissonnetti sul crollo della borsa, a continuare la serie dei Crolli, in cui già si giocava con le coazioni a ripetere e a desiderare della consumatrice. Qui il soggetto poetico mette a nudo e sfascia inclemente le illusioni e dell’eterna crescita borsistica, e di una opposizione puramente poetica, da “anarchici ugofoscoli”, anche questi ormai storditi e crocifissi all’andamento dei mercati finanziari (“cade e si rialza e ricade come un gesù durante la via / crucis”). J’accuse agli speculatori e mea culpa degli impotenti in queste ultime pagine; tuttavia fin qui, per entrambi, la pietà non arriva:

 […] Pietà per i broker

per i commessi per i promoter o chicazzosono

che strillano a piazza affari non ne sento purtroppo,

o per fortuna, e non mi preme la nostra salvezza.

(23)

*

Testi citati

Marco Giovenale, Shelter. Roma: Donzelli, 2010.

Rosaria Lo Russo, Lo dittatore amore. Melaloghi. Milano: Effigie, 2004.

 – , Crolli. Trieste: Battello Stampatore, 2006.

 – , Io e Anne. Napoli: d’if, 2010.

Simone Weil, La prima radice. Milano: SE, 1990.

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Saggi e recensioni

Renata Morresi, R.Lo Russo, Nel nosocomio, in Absolute Poetry 2.o, 8 luglio 2011

Cecilia Bello Minciacchi.  Rosaria Lo Russo a specchio con la Sexton – Io e Anne. Confessional poems, in Alias (il Manifesto), n.12, 26 marzo 2011

Marco Simonelli, Confessioni sulla tratta Firenze – Boston: io e Anne di Rosaria Lo Russo, in NazioneIndiana.it 2010

Marco Simonelli. Rosaria Lo Russo: appunti per un’agiografia, in Italies 13,Université de Provence 2009, Aix-en-Provence

Marco Simonelli. Claustrofonia: stratagemmi stereofonici nel melologo Musa a me stessa di Rosaria Lo Russo, in Re: viste sulla letteratura e le arti, Zona 2006, Arezzo

Maria Gabriella Canfarelli, Rosaria Lo Russo.“Penelope” Il rovesciamento del mito e l’altra verità in Girodivite.it, 2006

Marco Giovenale, “Lo Dittatore Amore” di Rosaria Lo Russo, in Stylos 26 maggio 2005 e poi anche in Italianistica Online.it e Absolute Poetry

Cristina Babino, “Rosaria Lo Russo: ad alta voce”, in Urlo, n. 118 gen.-feb. 05 e poi anche in La Poesia e lo spirito, gennaio 2007

Caterina Verbaro, Penelope, in Semicerchio, rivista di poesia comparata

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